Le strategie per creare un nemico e orientare il pensiero collettivo.
Cos’è la costruzione del nemico?
Creare un nemico è una tecnica di comunicazione politica. Serve a unire la popolazione contro un bersaglio comune. È un trucco vecchio, ma sempre efficace.
Il nemico può essere esterno (un altro Stato) o interno (una minoranza, un gruppo sociale, una categoria). Non importa chi è: importa come viene raccontato.
Il bisogno di avere un colpevole
Quando le cose vanno male, le persone cercano una causa. È più facile credere che i problemi dipendano da qualcuno, non da fattori complessi.
La propaganda sfrutta questo. Identifica un nemico e gli attribuisce ogni problema: la crisi economica, la criminalità, la disoccupazione, perfino le malattie.
Il linguaggio cambia la realtà
Usare parole forti è fondamentale. Chi controlla le parole, controlla il pensiero.
Ecco alcuni esempi:
Migrante diventa “invasore”
Attivista diventa “nemico dello Stato”
Giornale critico diventa “foglio sovversivo”
Cambiare le etichette significa cambiare la percezione.
Oggi la propaganda non ha bisogno di manifesti o comizi. Basta un telefono.
I social moltiplicano i messaggi. Spesso i contenuti vengono ripetuti migliaia di volte, anche se sono falsi. La ripetizione crea familiarità. E la familiarità diventa convinzione.
Le piattaforme non distinguono tra vero e falso. L’importante è il clic.
Fasi della costruzione del nemico
IdentificazioneViene selezionato un bersaglio, spesso debole o impopolare.
DisumanizzazioneIl nemico non è più una persona o un gruppo reale. È una minaccia, un pericolo, un virus.
ColpevolizzazioneGli si attribuiscono tutti i mali: economici, morali, culturali.
Legittimazione della repressioneSi giustificano controlli, restrizioni, violenze.
Esempi storici e contemporanei
Questa tecnica è stata usata ovunque: in regimi totalitari e in democrazie. Spesso si afferma in tempi di crisi: economiche, sanitarie, militari.
Anche oggi, campagne coordinate trasformano avversari politici in traditori, cittadini stranieri in minacce, giornalisti in nemici interni.
Difendersi è possibile
Servono strumenti semplici:
Verificare le fonti
Non fermarsi ai titoli
Chiedersi “chi ci guadagna?”
Non condividere contenuti emotivi senza controllarli
Conclusione
Inventare il nemico è un’arma antica, ma ancora in uso. Funziona perché semplifica, perché consola e perché sposta la colpa.
Riconoscerla è il primo passo per smontarla.
Il potere delle parole nella propaganda digitale
Come la lingua viene manipolata per indirizzare le emozioni collettive.
Parole come strumenti
Le parole non sono neutrali. Portano con sé valori, emozioni, giudizi.
Chi vuole influenzare l’opinione pubblica sceglie con cura il vocabolario. Ogni termine ha un effetto psicologico. “Libertà” evoca speranza, “minaccia” crea paura, “pulizia” suggerisce pericolo.
Cambiare le parole, cambiare il pensiero
Alcuni governi e media scelgono parole più accettabili per nascondere la realtà. Non si parla di “licenziamenti”, ma di “ottimizzazione delle risorse”. Non si dice “tagli”, ma “razionalizzazioni”.
Questa tecnica ha un nome: eufemismo strategico. Serve a ridurre l’impatto emotivo. A volte, serve anche a manipolare il giudizio morale.
Esempi tipici
“Colpo preventivo” invece di attacco
“Ordine pubblico” invece di repressione
“Persone irregolari” invece di migranti
“Pacchetto sicurezza” per leggi restrittive
Il ruolo delle etichette
Le parole etichettano. E le etichette guidano il comportamento.
Se un gruppo viene chiamato “parassita”, sarà trattato con odio. Se è “sacrificio necessario”, sarà ignorato.
Le etichette cambiano il modo in cui le persone si relazionano tra loro. A volte, aprono la strada alla discriminazione.
Come reagisce il pubblico
Molte persone non se ne accorgono. Leggono parole, ma non si chiedono perché quelle, e non altre.
Altre, invece, iniziano a diffidare. Ma spesso è troppo tardi: la narrativa dominante ha già occupato lo spazio mentale.
L’umorismo non è solo divertimento. È anche un’arma per influenzare.
Introduzione
Siamo abituati a pensare che ridere sia innocuo. Ma non è sempre così. L’umorismo può servire a far riflettere, certo. Ma può anche essere usato per manipolare, ridicolizzare, legittimare.
Nella comunicazione politica e sociale, la risata è uno strumento potente. Spesso più efficace di mille discorsi.
Cos’è l’umorismo politico
L’umorismo politico prende di mira figure pubbliche, ideologie, eventi. A volte lo fa per stimolare il pensiero critico. Altre volte per confermare pregiudizi.
Si presenta in tante forme: satira, meme, sketch, battute, cartoni animati. Ma il suo impatto è sempre serio.
Funzioni principali
Ridicolizzare l’avversarioFar ridere di qualcuno è un modo per indebolirlo. Chi viene deriso perde autorità, agli occhi del pubblico.
Creare appartenenzaRidere insieme unisce. Chi condivide lo stesso tipo di umorismo condivide anche una visione del mondo.
Legittimare messaggi fortiSe un’idea controversa viene detta ridendo, sembra meno aggressiva. Passa più facilmente.
L’umorismo come valvola
Nelle società rigide o oppresse, l’umorismo è una valvola di sfogo. Permette di esprimere dissenso, rabbia, paura, senza dichiararlo apertamente.
Ma attenzione: non sempre è una forma di resistenza. A volte serve a controllare il malcontento, incanalandolo in risate che non portano a nulla.
Meme e ironia digitale
Oggi, gran parte della comunicazione politica passa attraverso meme e video ironici. Apparentemente leggeri, questi contenuti riescono a semplificare concetti complessi e a influenzare le opinioni in modo profondo.
Il rischio? Far sembrare tutto un gioco. Trasformare il dibattito in tifo. Abituare le persone a non prendere nulla sul serio.
Satira e potere
La satira ha sempre avuto un ruolo ambiguo. Da un lato sfida l’autorità. Dall’altro, può essere strumentalizzata dal potere stesso.
In alcuni casi, i leader politici usano la satira contro i propri nemici, accettando persino di essere presi in giro pur di apparire “moderni” o “autoironici”.
Chi ride, chi perde
L’umorismo non è neutrale. Chi controlla i canali della risata controlla anche il bersaglio.
Spesso le battute colpiscono i deboli, i diversi, chi non può rispondere. Quando la risata umilia, non libera: schiaccia.
Quando fa bene
L’umorismo è anche uno strumento per illuminare le contraddizioni. Può smascherare bugie, denunciare ingiustizie, abbassare i toni dell’odio.
Un buon esempio è l’ironia che svela il non-senso, che mostra l’assurdo dietro certe frasi o comportamenti pubblici.
Ridere con intelligenza è un atto di libertà.
Quando fa male
Ma ridere può diventare un atto di complicità con il potere.
Quando si ride sempre degli stessi gruppi. Quando si costruisce una cultura del cinismo. Quando si nega il valore delle parole, sostituendole con slogan comici.
Alla lunga, la risata può uccidere la serietà delle idee.
Come orientarsi
Chiediti da che parte sta la battuta: colpisce in alto o in basso?
Evita la condivisione automatica: un meme virale non è per forza innocente.
Cerca il contesto: ogni risata ha una storia.
Rifletti sull’effetto: ti fa pensare o solo ridere?
Conclusione
L’umorismo è una forma di potere. Può essere una luce o un’arma. Un ponte o una barriera. Una sveglia o un anestetico.
Ridere è importante. Ma capire di cosa stiamo ridendo, lo è ancora di più.
Le persone da sole ragionano, riflettono, dubitano. In gruppo, spesso si trasformano. Agiscono d’impulso, urlano, si accendono. A volte diventano aggressive. Altre volte, apatiche.
Perché accade questo?
La risposta sta nella psicologia della folla. Un campo affascinante, studiato da più di un secolo, che spiega come il comportamento collettivo possa sovrastare la logica individuale.
La folla non è solo una massa
Quando si pensa a una folla, si immagina spesso una piazza piena di gente. Ma una folla può essere anche digitale: una community, un thread social, un pubblico televisivo.
La folla non è definita dal numero. È definita dalla mentalità collettiva che nasce al suo interno.
Le caratteristiche della folla
AnonimatoIl singolo si sente protetto dalla massa. Le responsabilità sembrano sparire. Questo favorisce azioni che da soli non si compirebbero mai.
Contagio emotivoEmozioni come paura, rabbia, euforia si trasmettono rapidamente. Basta un grido, un gesto, una parola.
SuggeribilitàLe persone nella folla diventano più influenzabili. Accettano idee, anche assurde, se vengono ripetute e condivise dal gruppo.
Come cambia il pensiero individuale
Quando siamo immersi in una folla, il pensiero critico si riduce. Si pensa con la “testa degli altri”. Si cerca approvazione, si evita il dissenso.
Anche chi è razionale, se immerso in un clima emotivo forte, può abbandonare i propri principi.
Esempi quotidiani
Una persona tranquilla che urla durante una manifestazione
Gruppi online che attaccano chi ha opinioni diverse
Platee che applaudono idee discriminatorie senza riflettere
Questi comportamenti non nascono dal singolo. Nascono dal gruppo.
Il potere del leader carismatico
In ogni folla, spesso emerge una figura dominante. Non serve che sia autoritaria. Basta che sia sicura, decisa, emozionale.
Chi guida una folla sa parlare al cuore, non alla testa. Sa ripetere concetti semplici, spesso con toni forti. L’obiettivo non è convincere, ma trascinare.
I rischi dell’effetto gregge
Uno dei fenomeni più studiati è il cosiddetto effetto gregge: la tendenza a seguire la maggioranza, anche se sbaglia.
Ci si adegua per paura, per insicurezza, per evitare il conflitto. Questo porta a comportamenti collettivi pericolosi: discriminazioni, violenze, decisioni irrazionali.
Folla digitale: nuovi volti dello stesso meccanismo
Oggi la folla è spesso virtuale. Ma il meccanismo è identico.
Un post virale può scatenare ondate di odio o idolatria. La velocità delle reazioni digitali supera quella della riflessione. La logica cede all’emozione.
I like, i commenti, le condivisioni creano una dinamica da stadio. Si partecipa senza pensare.
Psicologia della folla: come il gruppo cambia il pensiero individuale
Descrizione breve: Quando siamo in gruppo, pensiamo e agiamo in modo diverso. Perché?
Introduzione
Le persone da sole ragionano, riflettono, dubitano. In gruppo, spesso si trasformano. Agiscono d’impulso, urlano, si accendono. A volte diventano aggressive. Altre volte, apatiche.
Perché accade questo?
La risposta sta nella psicologia della folla. Un campo affascinante, studiato da più di un secolo, che spiega come il comportamento collettivo possa sovrastare la logica individuale.
La folla non è solo una massa
Quando si pensa a una folla, si immagina spesso una piazza piena di gente. Ma una folla può essere anche digitale: una community, un thread social, un pubblico televisivo.
La folla non è definita dal numero. È definita dalla mentalità collettiva che nasce al suo interno.
Le caratteristiche della folla
AnonimatoIl singolo si sente protetto dalla massa. Le responsabilità sembrano sparire. Questo favorisce azioni che da soli non si compirebbero mai.
Contagio emotivoEmozioni come paura, rabbia, euforia si trasmettono rapidamente. Basta un grido, un gesto, una parola.
SuggeribilitàLe persone nella folla diventano più influenzabili. Accettano idee, anche assurde, se vengono ripetute e condivise dal gruppo.
Come cambia il pensiero individuale
Quando siamo immersi in una folla, il pensiero critico si riduce. Si pensa con la “testa degli altri”. Si cerca approvazione, si evita il dissenso.
Anche chi è razionale, se immerso in un clima emotivo forte, può abbandonare i propri principi.
Esempi quotidiani
Una persona tranquilla che urla durante una manifestazione
Gruppi online che attaccano chi ha opinioni diverse
Platee che applaudono idee discriminatorie senza riflettere
Questi comportamenti non nascono dal singolo. Nascono dal gruppo.
Il potere del leader carismatico
In ogni folla, spesso emerge una figura dominante. Non serve che sia autoritaria. Basta che sia sicura, decisa, emozionale.
Chi guida una folla sa parlare al cuore, non alla testa. Sa ripetere concetti semplici, spesso con toni forti. L’obiettivo non è convincere, ma trascinare.
I rischi dell’effetto gregge
Uno dei fenomeni più studiati è il cosiddetto effetto gregge: la tendenza a seguire la maggioranza, anche se sbaglia.
Ci si adegua per paura, per insicurezza, per evitare il conflitto. Questo porta a comportamenti collettivi pericolosi: discriminazioni, violenze, decisioni irrazionali.
Folla digitale: nuovi volti dello stesso meccanismo
Oggi la folla è spesso virtuale. Ma il meccanismo è identico.
Un post virale può scatenare ondate di odio o idolatria. La velocità delle reazioni digitali supera quella della riflessione. La logica cede all’emozione.
I like, i commenti, le condivisioni creano una dinamica da stadio. Si partecipa senza pensare.
29 maggio 2025
Donald Trump ha definito Volodymyr Zelensky un “dittatore” a causa della mancata convocazione di elezioni regolari durante il conflitto in Ucraina. Parallelamente, J.D. Vance ha rilanciato un’accusa ancora più forte, definendolo un “vampiro che si nutre del sangue dei suoi soldati”. Queste affermazioni non sono solo dure critiche politiche, ma fanno parte di una più ampia campagna di disinformazione che mira a screditare il leader ucraino e a influenzare l’opinione pubblica internazionale.
Le critiche politiche e la realtà del conflitto
Zelensky si trova al centro di un acceso dibattito mediatico e politico. Da un lato, cerca di negoziare una pace duratura e salvare il suo Paese. Dall’altro, viene attaccato duramente, anche negli studi televisivi americani, come nello Studio Ovale della Casa Bianca, dove le parole contro di lui si fanno sempre più aggressive.
Le accuse di dittatura e di aver “nutrito” i soldati con il loro stesso sacrificio sono infondate e distorcono la complessità della situazione. In tempo di guerra, spesso la democrazia si adatta a condizioni eccezionali, come avvenne anche nel Regno Unito durante la Seconda Guerra Mondiale, quando le elezioni furono sospese per un decennio (leggi il nostro articolo su Churchill e la democrazia in tempo di guerra).
La realtà della guerra in Ucraina è molto più complessa di come viene dipinta da Trump e Vance. Zelensky, ex comico e attore diventato presidente, ha dimostrato una forte leadership e determinazione nel difendere la sovranità ucraina contro un’invasione esterna. Il suo impegno per mantenere la coesione nazionale e cercare soluzioni diplomatiche è continuo, nonostante le pressioni interne ed esterne.
L’Europa e il futuro della ricostruzione
Secondo le dichiarazioni di Vance e di altri critici, l’Europa avrebbe gestito male la crisi ucraina, e ora dovrà farsi carico dei costi della ricostruzione, senza però avere diritto di partecipare ai negoziati di pace. Questa posizione pone un dilemma importante sulle responsabilità internazionali e sul ruolo dei Paesi europei nel futuro post-conflitto.
La ricostruzione dell’Ucraina sarà senza dubbio una sfida enorme, che richiederà collaborazione globale. In questo senso, escludere l’Europa dalle trattative potrebbe risultare controproducente, vista la sua vicinanza geografica e i legami economici e politici con l’Ucraina.
È fondamentale, inoltre, saper distinguere tra accuse strumentali e analisi reali per capire davvero cosa sta accadendo sul campo. Solo così si può contribuire a un dibattito informato e costruttivo. Per approfondire il tema delle strategie di comunicazione politica, leggi il nostro articolo su Steve Bannon e il populismo americano.
La disinformazione come arma politica
La guerra in Ucraina non si combatte solo sul campo, ma anche nelle parole. L’uso di menzogne, esagerazioni e insulti è diventato uno strumento per minare la credibilità di Zelensky e influenzare l’opinione pubblica internazionale.
Questo fenomeno ricorda molto la neolingua descritta da George Orwell nel suo romanzo 1984, dove la manipolazione del linguaggio serve a controllare la verità e la realtà stessa. In tal senso, le accuse contro Zelensky non sono solo attacchi personali, ma strategie per “inventare il nemico” e conquistare consensi politici.
Steve Bannon, braccio destro di Donald Trump durante la campagna presidenziale del 2016 e fondatore di Cambridge Analytica. Ed è senza dubbio una delle figure più influenti e controverse del populismo americano contemporaneo. Grazie a tecniche di marketing politico molto aggressive e sofisticate, Bannon ha contribuito a trasformare il panorama politico degli Stati Uniti, sfruttando la comunicazione digitale per mobilitare e radicalizzare un vasto segmento dell’elettorato.
Dal marketing politico alla campagna contro Hillary Clinton
Uno degli elementi chiave del successo di Bannon è stata la capacità di costruire narrazioni polarizzanti e semplicistiche, indirizzate a un pubblico spesso diffidente verso i media tradizionali. Durante le elezioni del 2016, Bannon ha orchestrato una campagna mediatica aggressiva per screditare l’avversaria democratica Hillary Clinton, soprannominata “Crooked Hillary”. Questa strategia ha sfruttato fake news, meme virali e messaggi populisti che hanno profondamente influenzato l’opinione pubblica, contribuendo in maniera decisiva alla vittoria di Trump.
CPAC 2025 e la nuova campagna politica
Nonostante le controversie e i cambiamenti politici degli ultimi anni, Steve Bannon rimane un protagonista attivo nella scena politica americana. Nel 2025 ha partecipato al CPAC (Conservative Political Action Conference), dove ha lanciato nuove campagne contro i suoi principali avversari politici, continuando a sfruttare temi divisivi per alimentare la polarizzazione. La sua strategia si basa su una comunicazione diretta e spesso provocatoria, che punta a consolidare la base populista del movimento conservatore.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, il Regno Unito sospese le elezioni politiche per dieci anni, dall’ultima votazione del 1935 fino al 1945, dopo la fine del conflitto. Questa misura fu adottata per garantire stabilità in un momento di emergenza nazionale.
Il contesto storico: elezioni sospese e governo di guerra
Il Parlamento britannico prolungò il proprio mandato attraverso leggi speciali per evitare elezioni durante la guerra. Questo non significò la fine della democrazia, ma una scelta pragmatica per non indebolire il governo durante il conflitto.
Le accuse di Trump e il fact checking
Donald Trump ha definito Winston Churchill un “dittatore”, ma questa affermazione è fuorviante. La sospensione delle elezioni era una risposta a una situazione straordinaria e non un tentativo di instaurare un regime autoritario. Il Regno Unito tornò rapidamente alle elezioni libere nel 1945.
Il ruolo di Churchill durante la guerra Winston Churchill non era solo un primo ministro, ma un simbolo di resistenza e determinazione per il Regno Unito durante uno dei periodi più bui della sua storia. La sua leadership fu fondamentale nel mantenere alto il morale della popolazione e nell’organizzare la coalizione alleata contro le potenze dell’Asse. Le decisioni prese durante la guerra riflettevano una situazione eccezionale, non un desiderio di instaurare un regime autoritario.
La ripresa della democrazia dopo la guerra Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il Regno Unito tornò rapidamente a una normale vita democratica con le elezioni generali del 1945, che videro la sconfitta di Churchill e l’ascesa del Partito Laburista. Questo passaggio dimostra come la sospensione delle elezioni durante il conflitto fosse una misura temporanea e non un segno di dittatura, rafforzando così l’importanza di distinguere tra emergenza nazionale e autoritarismo.
George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, è stato uno degli scrittori e pensatori più lucidi del XX secolo. Nato il 25 giugno 1903 a Motihari, in India britannica, e morto il 21 gennaio 1950 a Londra, Orwell ha lasciato un’eredità letteraria e politica che continua a influenzare il pensiero contemporaneo.
George Orwell biografia: uno degli scrittori e pensatori più lucidi del XX secolo
George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, è stato uno degli scrittori e pensatori più lucidi del XX secolo. Nato il 25 giugno 1903 a Motihari, in India britannica, e morto il 21 gennaio 1950 a Londra, Orwell ha lasciato un’eredità letteraria e politica che continua a influenzare il pensiero contemporaneo.
Dalla vita reale alla letteratura
Figlio di un funzionario dell’amministrazione coloniale, Orwell fu educato in Inghilterra, frequentando scuole prestigiose come Eton. Dopo aver lavorato nella polizia coloniale in Birmania, abbandonò quella vita e cominciò a scrivere. Le sue esperienze lo portarono a confrontarsi con la povertà, l’ingiustizia sociale e i meccanismi del potere.
La sua scrittura è sempre stata legata alla realtà, spesso ispirata da esperienze dirette, come si vede in opere come Senza un soldo a Parigi e Londra (1933) o Omaggio alla Catalogna (1938), cronaca della sua partecipazione alla Guerra Civile Spagnola.
La fattoria degli animali
I suoi due capolavori, La fattoria degli animali (1945) e 1984 (1949), lo consacrano come critico del totalitarismo.
La fattoria degli animali di George Orwell è una favola allegorica che racconta la ribellione degli animali contro gli umani, ma che finisce per instaurare un regime ancora più oppressivo. È una chiara satira della Rivoluzione Russa e della degenerazione del comunismo sovietico.
1984, di George Orwell, invece, a differenza di “la fattoria degli animali” è un romanzo distopico che descrive un mondo in cui lo Stato controlla ogni aspetto della vita umana. Il Grande Fratello, il Ministero della Verità e il concetto di neolingua sono diventati simboli culturali del pericolo della sorveglianza di massa e della manipolazione ideologica.
Temi ricorrenti: libertà, verità, potere
I temi più importanti nella sua opera includono:
Libertà individuale contro oppressione statale
Manipolazione del linguaggio (la “neolingua” di 1984)
Controllo della verità: “Chi controlla il passato, controlla il futuro”
Contraddizioni della politica ideologica
Orwell era un socialista democratico, ma non esitò mai a criticare i regimi che, in nome del socialismo, tradivano i principi della libertà.
Eredità e attualità
Anche oggi, Orwell è più attuale che mai. In un’epoca in cui la disinformazione, la sorveglianza digitale e il controllo dei dati sono temi centrali, 1984 viene spesso citato come monito contro la deriva autoritaria.
Il termine “orwelliano” è entrato nel linguaggio comune per descrivere situazioni in cui il linguaggio, la verità o la realtà vengono distorti a fini politici.
Conclusione
George Orwell non è stato solo un grande scrittore, ma anche una coscienza critica del suo tempo. Le sue opere ci ricordano quanto sia fragile la libertà e quanto sia importante difendere la verità, anche – e soprattutto – quando è scomoda.